Monica Bartolini

La penna stilografica

“Deve esserci qualcosa di estremamente sacro nel sale:

 è nelle nostre lacrime e nel mare”

 Khalil Gibran

          La raccolsi da sotto il sedile del 2° scompartimento del piccolo convoglio che unisce la città all’aeroporto di Fiumicino e la rimirai con attenzione. Si trattava di una bellissima Montblanc con l’inconfondibile marchio bianco e nero sulla cima del cappuccio d’oro ed il corpo rosso bordeaux; una penna senz’altro molto preziosa, sfuggita dalla tasca o dalla borsa di uno sbadato viaggiatore. Un movimento istintivo mi portò a svitare il cappuccio e ad accorgermi con sorpresa che si trattava di una stilografica con il pennino d’oro che luccicava alla luce del pallido sole mattutino. Nell’era dei palmari e dell’Ipod chi mai poteva ancora far uso di una penna stilografica?

         Quel ritrovamento assorbì immediatamente tutti i miei pensieri e  l’ansia di perdere l’aereo – che mi aveva attanagliato allo scoprire che l’auto non partiva e che avrei dovuto raggiungere Fiumicino in treno – di colpo svanì: avrei sempre potuto prendere l’aereo successivo e raggiungere Milano, magari con un’ora di ritardo rispetto al previsto, ma la persona che aveva perso quell’oggetto prezioso forse era più in ambasce di me.

O forse non se ne era ancora accorta? Già, ciò era possibile: quel treno aveva già effettuato più corse dall’alba alle 8.15 che era partito da Roma Trastevere con me a bordo, e forse la persona in questione poteva essere già partita con uno dei primissimi voli del mattino. O atterrata…

         Che sciocca! E’ ovvio che non potevo avere la certezza dei suoi spostamenti e, a dirla tutta, non avevo alcuna certezza. Il mio sguardo si fissò fuori dal finestrino, sui verdi campi dello Sheraton Golf Hotel, mentre la mia mente aveva preso a vagare per le tortuose vie dell’immaginazione. Mi piaceva moltissimo l’idea di cercare di indovinare la professione di questo signore distinto e – perché no? – affascinante che impugnando questa penna siglava carte importantissime di … una holding internazionale? Un potentissimo studio legale d’oltreoceano specializzato in diritto societario? Un network televisivo?

         Il controllore mi fece tornare alla più prosaica realtà: esibiì il mio biglietto e subito ripresi tra le mani l’oggetto della mia curiosità e solo allora mi accorsi che sull’anello d’oro posto al centro del corpo della penna c’era un’iscrizione. Lì per lì maledissi la mia presbiopia incipiente e parimenti il mio pressappochismo: dove accidenti avevo messo gli occhiali da vicino?

         Mentre armeggiavo con la borsetta il treno arrivò a destinazione e scesi a più miti consigli con me stessa: forse era meglio che mi affrettassi a fare il check in e poi in volo avrei avuto tutto il tempo per continuare ad investigare!

         Riposi la penna nella tasca interna della borsa e chiusi la lampo. Non potevo correre il rischio di perderla anch’io. Volevo vederci chiaro: un lodevole proposito espresso da una miope-quasi-talpa oramai presbite, sprovvista di occhiali da vicino. Decisi di essere indulgente con me stessa, almeno fino alle operazioni di imbarco.

Nel portabagagli corrispondente al posto 21B a me assegnato, posizionai la cartella da lavoro – colma dei documenti che il consulente dello studio di Milano avrebbe dovuto vagliare a breve -, mi sedetti e allacciai la cintura. Tirai un sospiro di sollievo quando mi accorsi che il posto vicino a me era ancora vuoto: bene, nessun seccatore a distogliermi dai miei sogni.

         Inforcati i benedetti occhiali da vicino, riusciì a leggere l’iscrizione, peraltro piccolissima, incisa su due righe: “With or without you – Forever! Anthony”.

         Ma quale uomo! La penna apparteneva ad una donna: una donna amata da un tale Anthony aveva perso accidentalmente un pezzo di cuore, quella mattina nel 2° scompartimento del trenino per Fiumicino-aeroporto (e chissà che Anthony in precedenza ne avesse già asportato altre porzioni ben più consistenti, se l’amore tra lui e la viaggiatrice sbadata  si fosse rivelato infelice).

         Di fatto l’oggetto ora si trovava tra le mie mani e ciò mi provocava una sensazione di forte disagio, perché mi sentivo improvvisamente un’intrusa nella vita altrui. Non lo consideravo più un oggetto “neutro”, una penna pura e semplice, perché costituiva o aveva costituito un legame tra due persone che si erano amate. Una profanazione bella e buona, ecco cos’era!

         Il mio stomaco non si accorse neanche del decollo tanto era in subbuglio. Per cercare di distrarmi guardai fuori dal finestrino e vidi distintamente le piccole casette lungo la costa, testimone di tante estati felici con la mia famiglia negli anni ’70, anni di vacanze fuori porta, di austerity, di cose semplici e di buoni sentimenti. Poi il baluginio del mare mi fece socchiudere gli occhi quel tanto che basta da permettere alle palpebre di trattenere una lacrima.

         “Se piangi per un motivo, non piangere” mi aveva ammonito anni addietro il professor Morelli durante una seduta. No, non avrei pianto per un amore altrui, per il ritardo dell’aereo, per la stanchezza di vivere che  infelicità porta con sè, per la macchina che proprio stamane non era partita, per il mio papà che non c’era più, per i ricordi di spensieratezza dell’infanzia.

         Avrei avuto troppi motivi per non piangere.

         Il sapore delle lacrime e il mare … Gibran aveva ragione da vendere nel trovarci qualcosa di altamente sacro.

         Come la Montblanc d’oro che ancora stringevo tra le mani.