“Al comma 4 dell’art. 612-bis” – racconto inedito – Secondo classificato al Grangiallo a Castelbrando 2011

nov 24, 2014 No Comments by

 Rosa per racconto

Altre 72 ore, solo 1728 minuti di attesa per 103.680 gocce di sangue.

Avevo giurato che non l’avrei più fatto. L’avevo giurato con la croce sul cuore, mentre il suo smetteva di battere.

Lo sentivo rallentare sempre di più… sempre di più…Sublime!

Che darei perché questi due giorni passassero in fretta! L’attesa mi uccide sempre… mi uccide, sì…muoio ogni volta di desiderio per lei, per loro, per ognuna di loro!

Nessuno dovrà scoprire il mio segreto, nessuno mai: è l’unico modo per continuare a dar voce a questa indescrivibile ossessione che mi pulsa dentro!

Sarò accorto, anche questa volta.

Croce sul cuore

che tu possa morire

perché il mio segreto non si abbia a scoprire…

1.

       «Oggi le rose sono tre, capisci che significa? E’ un conto alla rovescia!»

No, Simona non riusciva proprio a capire.

Aveva provato in tutti i modi a calmarla, ma Rita non voleva proprio ammettere che stava facendo una questione per niente.

Tra amiche si erano sempre lagnate di quanto il corteggiamento fosse morto e di quanto la più fulgida aspirazione degli uomini sembrasse essere una sveltina sul divano o in macchina senza troppi coinvolgimenti.

Prima di questa sclerata, Rita stessa avrebbe dato il braccio destro per aver un uomo che le inviasse fiori e biglietti d’amore.

Cercò di mantenere la calma ma, certo, la pazienza stava inesorabilmente per finirle.

«Ragiona un attimo, Rì: che t’aveva scritto nel biglietto della dozzina di rose? “Presto verrà il nostro giorno, Amore”, non è così?»

«No, non è così! Aveva scritto “Presto verrà il giorno in cui ci uniremo, Tesoro”. Questo quel porco aveva scritto!»

Porco, no! Porco era davvero troppo!

«Ora basta! Se non vuoi ricevere più queste benedette rose, rispondi una volta tanto al cellulare quando ti chiama e diglielo!»

«No, non voglio parlarci! Mi ha sussurrato delle sconcezze terrificanti l’ultima volta che ho risposto!

«Ma se non sei neanche certa che sia lui! Perché pensi che sia quello del supermercato? Secondo me le due cose sono sempre state distinte. Sono coincidenze e basta»

A Rita venivano i brividi anche solo a ripensarci.

Era successo al supermercato del centro commerciale una domenica mattina.

Aveva appena aperto uno sportello dei grandi frigoriferi dei surgelati per prendere del pesce che una mano l’aveva afferrata per i capelli, ed un individuo l’aveva spinta contro quella superficie gelida.

I due corpi erano incollati: sentiva il pene di lui pulsare rapace contro il suo posteriore.

Sibilò appena, ma la nuvoletta di vapore uscì lo stesso da quella bocca da rettile.

«Quando avrò finito con te, ti troveranno più stecchita di questi merluzzi»

Un conato di vomito la colse violentissimo nel momento stesso in cui lui lasciò la presa.

Si accasciò in ginocchio e vomitò sui jeans.

Erano passati già quasi due mesi da quella domenica, ma Rita non riusciva più neanche ad immaginare di mangiare del pesce: le tornava in gola l’acido e le sembrava ancora di sentire la puzza di rancido su quei pantaloni, lavati e rilavati mille volte.

La esse sibilante l’aveva sentita forte e chiara: la parola “stecchita” l’aveva tradito.

Nessuno sembrava essersi accorto di quella violenza.

Da quel giorno era montata in lei una rabbia incontrollabile verso la propria vulnerabilità: non avrebbe mai più permesso a sé stessa di perdere il controllo in quel modo e farsi prendere dal panico senza reagire.

Aveva studiato mille contromosse giuste e nessuna che ritenesse tanto efficace da essere messa in pratica.

Almeno fino a quel momento.

«Beh? Non mi rispondi più?», esclamò seccata la sua amica rimasta appesa al filo dei suoi pensieri.

«Scusami Simo! Stavo riflettendo a quello che mi hai detto prima e …mi sono un po’ persa!»

«Ma non vai in ospedale stamane?»

«No, ho la giornata libera perché questa notte sarò di turno. Ci sentiamo se ho altre novità del mio ammiratore segreto, va bene?»

«Si, si, scherzaci tu! Ma come fai a stare così tranquilla…»

«Tranquilla, non è il termine giusto. Diciamo che, se mi sforzo di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, riesco a campare meglio»

«Mezzo pieno? Ora mi sono persa io!»

«A più tardi, dai!»

 

2.

       Voleva che la giornata libera davanti a sé fosse veramente proficua.

Una doccia veloce, musica, un’ottima tazza di tè al gelsomino, la sua tuta preferita indosso.

Non sono io la preda, ma tu, caro il mio bastardo!” si ripeté uscendo da casa per dirigersi verso il Comando dei Carabinieri di zona.

Al militare che l’accolse chiese di poter parlare con qualcuno che si occupasse di atti persecutori.

Lui fece una chiamata e subito dopo la indirizzò dal Brigadiere Nucci, alla terza stanza sulla destra.

Con sua gioia si trovò dinanzi una giovane donna in divisa dagli occhi scuri e vivi, con i capelli corvini raccolti dietro la nuca.

«Cosa posso fare per lei, signora…»

«Cervetti, Rita Cervetti»

«Si accomodi pure»

«Sono molto nervosa, mi scusi. Non so da dove cominciare»

«L’Appuntato mi ha citofonato, preannunciandomi che ha chiesto specificatamente di qualcuno che si occupasse di atti persecutori. Perché?»

«Mi sono informata su internet e sono capitata sul sito dei Carabinieri e mi si è aperto un mondo»

«Vuole raccontarmi quello che la agita?»

«Circa tre mesi fa ho cominciato a ricevere delle telefonate sul mio cellulare da un numero sconosciuto. In genere non rispondo a tali numeri ma avevo messo da poco sul quotidiano l’annuncio per la vendita dello scooter e quindi ho pensato che potesse essere un acquirente. Le prime due chiamate sono state mute. Poi, a distanza di qualche giorno, è arrivata quella che m’ha spaventato a morte»

«Cosa le veniva detto?»

«Una voce camuffata a roca mi chiedeva se mi piaceva fare sesso orale, diciamo così, e se mi sarebbe piaciuto morire soffocata con quel coso…insomma, in quel modo»

«Era una voce di donna o di uomo?»

La guardò un po’ stranita.

«Come “di donna”?»

Il Brigadiere capì il suo stupore e precisò.

«Gliel’ho chiesto, perché sono in aumento i casi  di donne molestatrici anche nei confronti di altre donne»

«No, no, il mio è un maschietto depravato»  disse Rita con una battuta, tanto per strapparsi un mezzo sorriso amaro.

La Nucci continuò seria.

«Lei vive sola?»

«Sì, sono divorziata»

«Ed i rapporti con il suo ex marito come sono?»

«No, guardi, il mio ex non c’entra proprio niente, gliel’assicuro. I nostri rapporti sono stati sempre molto civili, direi oramai affettuosi»

«Si è rifatto una vita?»

«Sì ed è pure diventato finalmente padre da poco»

«Non avevate avuto figli insieme?»

Un’ombra rabbuiò il volto di Rita.

«Non posso averne»

Il Brigadiere si sentì in forte imbarazzo.

«Mi scusi, signora, non potevo sapere…»

«Non fa nulla, ormai la cosa l’ho digerita»

«Torniamo al nostro molestatore. Ci sono stati altri episodi?»

«Sul cellulare ha fatto altri tentativi ma io non ho risposto più, mentre ha cominciato con il telefono di casa»

«E che diceva?»

«Sempre sconcezze a sfondo sessuale»

Matilde Nucci la guardò negli occhi con dolcezza e determinazione al tempo stesso.

«Se la sente di ripetermele, così come le ha ascoltate? Per le indagini sarebbe molto importante»

«Erano del tipo “Ti farei questo o quello”, “ti piace questo o quell’altro”. Ma finiva sempre con pronunciare la parola ‘sangue’»

«In che contesto?»

«Beh, quella che mi è rimasta dentro è stata “non vedo l’ora di assaporare il tuo sangue”»

«Ha avuto paura?»

«Si, quella volta si. Ma non sono le parole ad avermi colpito, quanto il tono spietato nella voce. E poi il disprezzo che traspariva dal modo in cui parlava. A proposito del modo! Quasi mi dimenticavo di dirle che ha un difetto di pronuncia»

«Questo sì che è interessante! Che tipo di difetto?»

«Ha la zeppola molto accentuata»

La Nucci sorrise.

«Un maniaco con la esse sibilante? Se non fosse tragico, sarebbe senz’altro ridicolo!»

Le donne per la prima volta risero insieme.

«Eh già, un maniaco che parla come Tigro del cartone animato! Ho provato a vedere anche il lato comico di tutta questa vicenda, ma non ci riesco proprio, anche se questo difetto ai miei occhi lo umanizza molto, anzi lo ridicolizza, come diceva lei giustamente, ma…»

«… Ma non lo rende meno pericoloso,  quindi non dobbiamo abbassare la guardia. Mi dica un’altra cosa: ha mai registrato almeno una di queste chiamate?»

«No, purtroppo, e da quando ho preso una segreteria telefonica ha cambiato tattica»

«Perché ora che fa?»

«Manda rose»

«Rose?»

«Già! Ogni giorno da nove giorni lascia un mazzo di rose rosse al portone del mio stabile ed il portiere puntualmente la mattina me le porta su. Il primo mazzo era accompagnato da questo biglietto»

Rita porse alla Nucci un bigliettino rosso.

Questa rimase un attimo assorta nei suoi pensieri, poi chiese.

«Oggi quante rose ha ricevuto?»

«Tre»

Si alzò dalla sedia quasi di scatto.

«Mi perdoni solo un istante»

Uscì dalla stanza con quell’unica labile traccia rossa in mano.

Il Capitano Bertelli era impegnato con il Maresciallo Lepore e non  si avvide neanche che la Nucci era entrata in stanza.

Si stizzì dell’intrusione appena se ne accorse.

«Adesso non si bussa più prima di entrare?»

Matilde lo guardò seria e proferì un’unica frase che le consegnò di diritto e con urgenza l’attenzione del suo superiore.

«Il Fioraio è tornato»

 

3.

 

Brutta puttana idiota!

Vuoi sfidarmi e pensi di farti proteggere dai Carabinieri?

Ah ah ah ah

Ma se ancora non sono riusciti a prendermi!

 Assolutamente incompetenti tutti quanti!

Eppure alcuni miei capolavori sono ancora degni delle prime pagine dei giornali!

Il cellulare? Ora chi cazzo e’?

«Sì? Sono io, buon giorno. No, purtroppo oggi non potrò essere da lei perché ho avuto un piccolo contrattempo con l’auto. Quando sarò in sede? Mi faccia pensare… ho ancora un affare da sbrigare oggi, quindi… direi lunedì pomeriggio. Benissimo, sì, sentiamoci lunedì. A presto»

Prima o poi questo lavoro di merda mi ucciderà!

Il lavoro, solo il lavoro può.

Nessun altro.

4.

       «Ciao Serena»

La collega, immersa nella preparazione del carrello dei farmaci per la terapia del pomeriggio, quasi sobbalzò e la guardò sbigottita.

«Come mai sei già qui? Ma non sei di notte?»

«Non volevo rimanere a casa sola, diciamo così. Qui mi sento in una botte di ferro, anche perché c’è un Carabiniere qui fuori, che mi farà da angelo custode fino a domani mattina»

«Un Carabiniere? Madonna santa, Rì, allora quel fatto delle rose è grave!»

«No, tranquilla. Loro mi hanno assicurato che avrebbero fatto delle indagini in merito, ma il Brigadiere donna a cui mi sono rivolta ha preferito così per non farmi montare l’ansia. Tutto qui»

Serena sorrise arricciando il naso, in quel modo tutto suo che metteva sempre di buon umore anche i pazienti più sofferenti.

«Allora, visto che non devi stare sola, vieni con me e aiutami con la terapia. La signora del 207 è appena tornata carica di drenaggi dalla sala operatoria»

Rita infilò i guanti di lattice: l’ansia sarebbe dovuta sparire di colpo perché i pazienti avevano bisogno di lei.

 

5.

        «Che ne pensa Nucci?»

Il Capitano aspettava di sentire il punto di vista del Brigadiere sull’intera questione, vista la sua specifica competenza in materia.

«E’ lui, quasi sicuramente. Il modus operandi è pressoché lo stesso di tutti gli stalker della categoria “rapaci sessuali”, tranne che per l’invio dei fiori, che lo contraddistingue»

«E che gli è valso il soprannome, vero?»

«Appunto. Ma il Maggiore Spada, titolare dell’indagine sul primo omicidio siciliano, fu abile nel non far trapelare la notizia dell’invio dei fiori, sperando si rivelasse una traccia decisiva per la cattura. Invece, non fu fortunato. Ma il caso ha tristemente fatto scuola e l’abbiamo potuto studiare a fondo»

L’attenzione di Bertelli era più che mai appesa alle parole della sua sottoposta.

« Il Fioraio sceglie donne che vivono da sole, di un’età compresa tra i 35 e i 40 anni. Non esiste alcun tipo di nesso tra loro: né tratti somatici, né iniziali dei nomi, né professione o censo. La scelta sembra sia assolutamente casuale. Le tiene sotto pressione, apparendo di persona di tanto in tanto e nello stesso tempo attua una persecuzione telefonica a tutto campo, sul cellulare e sul numero di casa. Poi inizia il count down con le rose»

«Quando le aggredisce?»

«Probabilmente il giorno della consegna della rosa-numero-uno. Ma la nostra è solo una supposizione perché negli altri tre casi, che siamo riusciti ad ascrivere con certezza a lui, abbiamo scoperto solo durante le indagini che le donne uccise avevano ricevuto fiori in questo modo così particolare»

«Sì, è vero, questo me lo ricordavo. Però, Nucci, questa volta abbiamo un vantaggio di due giorni e la querela della persona offesa, quindi…»

«La querela, no»

«Come no?!»

«Non ha voluto presentarla oggi, neanche contro ignoti, perché si è tranquillizzata che questa notte sarà al sicuro al lavoro e che resterà in contatto con me, comunicandomi tutti i suoi spostamenti»

«Ah, bell’affare! Aspettiamo che ci telefoni la potenziale vittima! Fantastico!»

«Certo che no! Sta mettendo in dubbio la mia professionalità, Capitano?»

«Allora è per questo che prima è venuta da me come una furia per chiedermi di darle Bernardi per tutto il giorno?»

«Esatto. E poi l’ho accompagnata al lavoro io stessa e Bernardi ora è lì in ospedale con lei. Comunque, prima di domattina alle 7, quando smonterà dal turno di notte, non uscirà di lì, e ciò mi darà tempo per iniziare le indagini. Per questa sera il Maresciallo Lepore ed io avremmo comunque predisposto il cambio con Piergiovanni, sempre che per lei vada bene…»

«Sì, ma…» e si alzò dalla sedia sbuffando «…questa storia non mi piace. Ha preparato la richiesta per mettere il telefono di casa ed il cellulare sotto controllo, spero!»

Matilde sostenne lo sguardo severo del superiore senza difficoltà. Aprì la cartelletta che aveva in mano e gli porse gli atti già predisposti.

«Manca solo la sua sigla»

Un attimo di tregua della durata di un paio di firme.

«Cosa dobbiamo aspettarci, Nucci?»

«In che senso?»

«Come le uccide, intendo»

«Le stordisce, poi le ferisce in più parti del corpo, le lascia dissanguare ed infine le violenta»

«Nei precedenti casi si era sostenuto che venivano violentate e poi uccise. E’ una versione buona per la Stampa?»

«Già. Pensavamo che, qualora fosse anche affetto da delirio di onnipotenza, ci tenesse a farci sapere quale è il suo vero modus operandi»

«Invece?»

«Invece non siamo stati mai fortunati. Nessun contatto con noi. Sembra appaia dal nulla e si dilegui appena colpito»

«Quello che ho sempre pensato, Nucci, in tutta onestà, è che voi scienziati della Speciale calcate troppo la mano sul lato psicologico e tecnicistico di un’indagine, tralasciando i dettagli investigativi classici»

Il Brigadiere Nucci lo guardò molto molto stranita.

«Sarebbe a dire?»

«Intendo che in questo caso del Fioraio c’è un dato investigativo oggettivo da tenere in considerazione: la correlazione tra il tempo che impiega per compiere i crimini e la scelta del luogo dove li consuma»

«Non capisco Capitano, si spieghi meglio»

«I casi del Fioraio sono geograficamente tutti distanti, vero?»

«Sì, è giusto: Palermo, Torino, Pescara e ora qui a Bologna. Ma non capisco dove voglia arrivare con questo»

«Dove? Semplice: quell’animale – perché certo altro epiteto per definirlo non mi viene proprio! – deve conoscere perfettamente queste quattro città e permanerci anche a sufficienza per iniziare la caccia e trovare il luogo adatto per colpire»

«…che è sempre in aperta campagna, però!»

«Ancora meglio, per come la intendo io. Trovare un posto tranquillo dove poterle portare, lasciarle dissanguare, violentarle, ripulirsi e senza destare sospetti o essere visto da anima viva, beh, non è impresa da poco. Nelle precedenti indagini, che lei sappia, sono state fatte ipotesi sulla possibile professione dell’omicida?»

«Sì, molte. Dato poi che è particolarmente abile nell’usare le lame per sfigurarle, si sono fatte le ipotesi più disparate: macellaio, chirurgo, veterinario, pastore. La più accreditata, però, sembra essere quella del pescatore, perché le lega con una sagola marinara. Ma questa è l’unica flebile traccia che lascia dietro di sé»

«Ma, se le violenta…»

«Se pensa allo sperma, se lo scordi: la violenza viene riscontrata per le lesioni che provoca alla donna, ma non viene mai isolato sperma. E’ un vero rapace: nessun coinvolgimento emotivo, nessun cedimento, nessun errore. Un lavoretto pulito, non c’è che dire…»

Gli occhi della donna si abbassarono pensierosi e dolenti.

Il Capitano interpretò quella reazione come l’eco di una profonda sconfitta: alcuni casi lasciano il segno più di altri per la natura intrinseca del delitto commesso, ma tutti i casi irrisolti si trasformano ben presto in rimorsi striscianti per gli investigatori che li hanno seguiti.

E questo maledetto Fioraio per il Brigadiere Nucci doveva rientrare proprio in questa schiera.

 

6.

        «Occhio che questa panca è scomoda da morire» disse Bernardi al collega che si apprestava a dargli il cambio.

Il Carabiniere Piergiovanni lo guardò di sottecchi.

«Perché, devo dormirci forse? Riferiscimi sulla situazione, piuttosto…»

Bernardi estrasse il telefonino e lesse i suoi appunti digitali.

«Sono di turno tre infermiere (Cervetti, Amici e Madrigali) e la dottoressa Ricci: la prima stanza appena a destra nel corridoio del reparto è in uso ai medici. La medicheria della corsia è invece quattro porte più giù a sinistra. I ventidue letti sono tutti occupati da pazienti donne, quindi…»

«Ventisei donne in tutto e neanche un uomo?»

«Esatto. Vedo che sei pronto in matematica!»

«Non fare il coglione, Bernardi!»

«Spezzo la tensione, non faccio il coglione» rispose l’altro piccato.

«Sì, sì… Come spezzi tu, ti assicuro che non spezza nessuno!»

«Che vuoi dire?»

«Niente, niente… Hai una foto della Cervetti?»

«No, ma la riconosci facilmente, perché  delle quattro turniste è l’unica bionda. Vuoi che la chiami fuori?»

«Tranquillo. Vado io dopo»

Piergiovanni si dette un’occhiata intorno, quasi a voler scannerizzare i bracci di corridoio che si incrociavano su quel pianerottolo.

Uno di fronte all’altro due reparti di chirurgia, entrambi chiusi da porte con citofono; l’accesso dallo scalone a metà tra le due porte e l’accesso all’unità di neurotraumatologia dall’altro. Tre piccoli bunker ad accesso controllato e tre corridoi perfettamente sgombri alla vista.

Una sorveglianza di tutto riposo.

«Chi è a conoscenza della nostra operazione?»

«Solo le infermiere»

«E’ tutto? »

«E’ tutto. Io Vado»

«Okappa. Ci si vede»

«Ciao »

Bernardi si infilò il giubbotto, si mise lo zainetto sulla spalla sinistra e si avviò alle scale.

Il collega lo rincorse.

«Berna’, ma domani giochiamo, poi?»

«E che ne so? Il Capitano ha fissato il campo, però Proietti è in licenza, Marcucci s’è fatto male…»

«Buono a sapersi, così prendo un riposo anch’io, visto che mi tocca la notte oggi»

«In bocca al lupo, Pier»

«Crepi il lupaccio!»

 

7.

 

«Nessuna novità?» chiese il medico di turno, affacciandosi in medicheria.

Lucia Amici era con la testa dentro l’armadietto dei farmaci per cercare delle fiale di Thoradol.

«No, dottoressa, tutto tranquillo» e continuò la ricerca, fino a quel momento infruttuosa.

La Ricci tirò un sospiro di sollievo.

«Allora avverta la Caposala che vado nella mia stanza a sdraiarmi un po’»

La Amici neanche si voltò.

«Glielo dirò»

Nel corridoio incontrò Rita che ritornava con una tazza di tè fumante in mano.

«Dottoressa, la Caposala le ha detto che è pronta la risonanza della signora Ansuini?»

«Alla buon’ora! Però che strazio: volevo riposarmi un attimo…»

«Se vuole, scendo io a prendergliela»

La dottoressa sembrava aver accolto la mozione dell’infermiera, ma poi concluse.

«No, no, grazie Cervetti, scendo io, perché voglio vedere bene le immagini sullo schermo grande della radiologia»

Detto ciò, il medico si avviò verso la porta del reparto a passi spediti, mentre Rita, dopo aver poggiato il bicchierino bollente sul tavolo della medicheria, raccolse il richiamo della luce lampeggiante del campanello di una paziente.

Mentre entrava nella stanza per spegnere quell’allarme e soddisfare le richieste di chi aveva chiamato, considerò che nella sua lunga carriera d’infermiera non le era mai stato possibile passare una sola notte in piena nullafacenza. Era un turno pesante, indubbiamente, ma il senso del dovere e l’amore per il proprio lavoro, erano sempre stati il suo faro nella vita, a volte anche a scapito della vita privata.

Il naufragio del suo matrimonio ne era, per un verso, la triste testimonianza.

8.

 

Il Carabiniere Piergiovanni vide la dottoressa uscire dal reparto con l’aria stanca.

Non poté trattenersi dal pensare a Maria Teresa ed alla sua grandissima passione per la medicina, che aveva segnato profondamente la loro storia d’amore.

Lui a Bologna, lei all’Università a Bari.

Quasi due anni, oramai, e tanti ancora davanti, prima che lui potesse chiedere un trasferimento più vicino o lei potesse tentare, una volta laureata, di avvicinarsi a lui.

Aveva già consumato un treno di gomme sull’asfalto dell’Adriatica e rischiato anche di beccarsi multe per via dell’autovelox, ma niente poteva trattenerlo dal tornare da lei ogni volta che poteva.

Non vedeva nessun altra, perché amava solo lei. E’ lei che avrebbe voluto vicino a sé per tutta la vita. Punto.

I colleghi lo sfottevano a più non posso per questa sua ostinata e cieca determinazione, tanto che lo chiamavano “Crest” per via dello stemma dell’Arma che teneva appeso nel suo alloggio, sul quale ovviamente troneggiava il motto “Nei secoli fedele”.

Beh, sì, allora? Era fedele a Teresa e Teresa a lui. Non ne vedeva la stranezza.

E se loro invece la vedevano, significava una sola cosa: non avevano ancora conosciuto il vero amore.

Peggio per loro e buon per lui!

Vide la Ricci entrare in ascensore e quasi l’accarezzò con lo sguardo, più che per affetto, per solidarietà tra turnisti notturni.

Una notte preziosa, però, che gli sarebbe valsa un riposo compensativo il giorno seguente, per andare da Teresa, per tenerla stretta a sé anche solo poche ore.

Si dette dell’ebete, quando si scoprì a sorridere alla macchinetta del caffè del piano.

Ah, l’amour

9.

Forza pollastrella, quanto impieghi per scendere dal terzo piano?

Brutta stronza fottuta! Mi stai facendo saltare tutti i piani: ho un treno da prendere per tornare a casa io!

Eh ma niente mi potrebbe far rinunciare a te, a questo punto, proprio niente e nessuno!

Forza, dai, apriti, ascensore del cazzo!

E se anche non scendessi subito tu, tranquilla: ho sempre una soluzione a tutto io…

       

10.

 

«Non risponde al cercapersone!»

Madrigali, la caposala era furente.

La paziente del 211 stava per avere un crollo pressorio e la Ricci non era ancora risalita da medicina nucleare, quando squillò il telefono della medicheria.

«Chirurgia vascolare»

«Madrigali, sono Ricci. Mi passi Cervetti, subito… la prego!»

La caposala si arrabbiò ancora di più per il tono imperioso e concitato della Ricci.

«Dottoressa, io gliela passo pure, ma sappia che abbiamo un’emergenza in atto e mi serve lei, qui, immediatamente!»

La Ricci rispose con un filo di voce.

«Madrigali mi creda, anche io ho un’emergenza in atto e vorrei la Cervetti subito qui»

Silvana Madrigali sbatté giù la cornetta.

«Rita, ha detto che devi scendere da lei subito»

«Io? E perché?»

«Dice che ha un’emergenza in atto. Lei, sì, sì, proprio lei ha un’emergenza! Portami su quella spocchiosetta del cavolo prima che le faccia rapporto alla Direzione Sanitaria o – peggio! – la strozzi con le mie mani!»

«Stai tranquilla, mi sbrigo» rispose Rita, avviandosi in fondo alla corsia per andare a prendere l’ascensore interno.

Il tè ormai si era bello che freddato: normale amministrazione.

Le porte del monta lettighe cigolarono, amplificando il loro stridore nel silenzio della notte.

Rita spinse “T” con l’indice destro e si accorse di avere le unghie completamente rosicchiate.

No, non era stato un bel periodo, quell’ultimo semestre: l’esame fallito al corso di fisioterapia, lo spostamento dalla sua amata ortopedia a chirurgia vascolare e, da ultimo,  l’esperienza allucinante con quel pazzo che le avvelenava la vita con la sua incombenza e la sua sinistra presenza.

Arrivò al piano terra in pochissimo tempo e si trovò davanti la porta chiusa del reparto di medicina nucleare.

Citofonò al radiologo di turno e subito sentì lo scatto secco dello sblocco automatico della porta.

Il reparto era uno dei più moderni dell’ospedale, che vantava peraltro una macchina per la risonanza tra le più sofisticate di tutta Italia.

Il corridoio era praticamente buio, ma la fila di seggiole metalliche le segnava agevolmente la strada verso l’ultima porta a sinistra, quella che interessava a lei.

Entrò nella stanza, ma lì per lì non vide nessuno.

«Dottoressa, sono qui. Ma…c’è nessuno?»

Sentì la porta chiudersi alle sue spalle ed un uomo col camice bianco apparse come d’incanto.

«Ce ne hai messo ad arrivare!» disse con l’inconfondibile zeppola.

La sorpresa la paralizzò tanto da non riuscire neanche ad emettere un suono.

Sentiva il cuore battergli all’impazzata fin su in gola.

Lui, serafico, le sorrideva.

«Ti avevo promesso che ci saremmo uniti, tesoro. Ho deciso di affrettare un po’ i tempi, perché non volevo che i tuoi amici Carabinieri ci rovinassero la festa» e, mentre parlava, si avvicinava lento.

La donna indietreggiò d’istinto, ma urtò un macchinario e perse l’equilibrio, finendo a terra.

Un attimo dopo lui era a cavalcioni sopra di lei, con la mano sinistra premuta sulla sua bocca e la destra minacciosamente chiusa a pugno davanti la sua faccia.

«Non fare la stronza come quella troia della dottoressa!»

Il colpo che Rita ricevette alla tempia le fece perdere conoscenza.

Quando riaprì gli occhi vide tutto bianco e non riusciva muoversi.

Si sentiva stordita e provava dolore in varie parti del corpo: i polsi e le caviglie più che altro.

Lui era sempre a cavalcioni del suo corpo e parlava, parlava…

Quel poco che Rita riusciva a percepire nel frastornamento che la pervadeva era sconvolgente.

«… pallida … dopo ti prenderò … sei bellissima … il sangue sgocciola piano…»

Le sembrava di sentirlo davvero scorrere via assieme alle ultime risorse che le permettevano di restare vigile.

Aveva terrore di ciò che sentiva, ma cercava con tutte le sue forze di non soccombere.

L’ultima sensazione che il suo cervello riuscì a catturare, era legata ai suoi genitali.

Poi il bianco scomparve, quella voce scomparve e la luce della sua coscienza si spense per sempre.

 

 

11.

        «Come cazzo hai fatto a perderla di vista?!»

Il Capitano era furente ed il Carabiniere Piergiovanni talmente schiacciato dal senso di colpa da non tentare  neanche una blanda difesa del suo operato.

« Quando l’ho accompagnata a prendere un tè  poco dopo le ventitré non mi aveva detto niente di questo referto da ritirare.  L’unica cosa che so per certo è che non è uscita dal reparto ed ha preso il monta lettighe interno per scendere al piano terra»

«A che ora è avvenuto questo scempio secondo te?»

«Tra le ventitré e trenta – quando la dottoressa è uscita dal reparto -  e la mezzanotte, quando la Caposala si è allarmata e mi ha chiesto di cercarle entrambe»

Una voce femminile giunse alle spalle dei colleghi.

«Guardate cosa le ha fatto quel bastardo! Avremmo dovuto proteggerla!»

Il Brigadiere Nucci era sconvolta: terrea in volto, con i lineamenti tirati che tradivano un dolore interiore devastante.

La sua reazione costrinse tutti a guardare il cadavere.

Il corpo di Rita giaceva a terra esangue ed irriconoscibilmente sfigurato, con le braccia legate alle zampe di una lettiga.

Un lago di sangue da poco coagulato imbrattava quasi tutto il pavimento bianco di linoleum sul quale si intravvedevano segni di pedate.

Poi Matilde si accorse del secondo cadavere, seminascosto da una scrivania.

«Chi è l’altra?»

Bertelli fu il più veloce a rispondere.

«La dottoressa di turno. Sembra che se ne sia servito per chiamare in reparto e far scendere la vittima di sotto. E di là c’è il radiologo»

La Nucci si voltò a Piergiovanni e gli lanciò uno sguardo carico di biasimo.

Questi a occhi bassi rispose.

«Non l’ho vista uscire, ha preso il monta lettighe del reparto»

Le si annebbiò la vista e si sentì svenire. Si dovette sedere a terra.

«Si fidava di me» sussurrò.

Per un lungo istante nessuno parlò, poi il Capitano Bertelli si rivolse ai suoi uomini per impartire degli ordini.

«Tenete tutti lontani, perché sta arrivando il RIS. Intanto interrogate tutti quelli che sono di turno questa notte, requisite i tabulati delle presenze dei dipendenti, setacciate armadietti e stanzini: voglio questo finto radiologo con la esse moscia prima di domani mattina!»

Il Maresciallo Lepore intervenne.

«Capitano, abbiamo già sbarrato gli accessi e rafforzato il controllo al pronto soccorso»

«Benissimo Lepore! Tutti con gli occhi aperti, chiaro? Questo bastardo non ci deve sfuggire!»

Il Carabiniere Piergiovanni si fece avanti.

«Capitano, ho trovato questo sulla scrivania a destra»

Porse al suo superiore un bigliettino bianco, infilato in una bustina di cellophane d’emergenza per salvaguardare eventuali impronte.

Bertelli lo estrasse con cura, ma evitando di toccarlo a mani nude.

«5237=la seconda è nel vaso. Ora che cazzo significa questo?»

Nessuno seppe dare una risposta.

Il Capitano sentiva montare dentro di sé una rabbia potente e inarrestabile, come una colata lavica.

«Nucci, lei che è il genio di queste indagini, mi spieghi cosa significa questo rebus!»

Matilde Nucci non lo stava neanche ascoltando.

Bertelli sbottò.

«Si può sapere a cosa altro di più importante sta pensando?»

Finalmente il Brigadiere distolse lo sguardo dal cadavere per incrociare quello del suo superiore.

«Pensavo che andrebbe cambiato il codice di procedura penale»

Bertelli trasecolò.

«Il codice? Che c’entra ora il codice?»

Il Brigadiere Nucci solennemente rispose.

«Al comma 4 dell’articolo 612-bis[i], bisognerebbe aggiungere dopo persona offesa, le parole sempre che permanga in vita. Ora purtroppo, Capitano, dovremo procedere d’ufficio»

 

FINE


[i] Art. 612-bis del Codice di procedura penale – Atti persecutori – Comma 4: “Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio.”

 

 

 

 

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About the author

Monica Bartolini è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le possibili gradazioni di noir. "Interno 8" (Albatros-Il Filo editore, 2008) è stato il suo primo romanzo edito. Ha collezionato numerosi piazzamenti a concorsi di narrativa gialla, tra cui spiccano "Giallocarta", "Carabinieri in Giallo 3" ("Tanti auguri, maresciallo!" è stato pubblicato sul Giallo Mondadori n. 3009 a luglio del 2010) e "Gran Giallo a Castelbrando". Con il racconto "Cumino assassino" ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica, nell'ambito della XXXVII edizione del MystFest. Nel giugno 2010 ha anche pubblicato con Colosseo Editore un libro di narrativa dal titolo "Ti ricordi, amore mio?", quindici racconti sul tema del ricordo, concepiti come preziose didascalie a foto scattata dalla stessa autrice. Il numero 3019 dei Gialli Mondadori del 2/12/2010 contiene al suo interno il racconto vincitore a Cattolica "Cumino assassino", giudicato dalla Giuria "il miglior racconto giallo di ambientazione italiana dell'anno". Nel 2011 con il racconto "Al comma 4 dell'art. 612-bis" ha guadagnato la seconda posizione nella finale per la II edizione del Gran Giallo a Castelbrando. E' stata finalista al Premio Tedeschi 2011 con il romanzo "Le geometrie dell'animo omicida", pubblicato nel 2013 da Scrittura & Scritture. E' membro dell'Associazione Piccoli Maestri, una scuola di lettura per i ragazzi.
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