Tornano le investigazioni dei “Belli … da paura”!

mag 26, 2021 No Comments by

20210518_121429Cari Amici della Rossa e della buona letteratura gialla,

il progetto dei Piccoli Maestri sotto l’egida del Miur di quest’anno si chiama #centolibri e prevede che ogni Piccolo Maestro si prenda in carico tre libri dei quali vuole leggere brani e discutere on line con le Scuole Secondarie di primo e secondo grado che ne facciano richiesta. screenshot_20210526-162617_instagram

Per me è stata una grande gioia potermi collegare con l’Istituto Don Bosco di Padova e la classe della prof. Anna Tasson e le classi delle proff. Leale e Pelligrò della Scuola Secondaria di primo grado F. Severi di Crispiano per  leggere i Tre topolini ciechi di Agatha Christie, classi che ovviamente non avrei mai potuto raggiungere fisicamente.

Con la professoressa Simona Barca dell’I.C. Parco della Vittoria – G. G. Belli, invece, la collaborazione è sempre stata continuativa negli ultimi sette anni e insieme alle sue classi seconde abbiamo fatti tanti lavori di scrittura creativa, partendo sempre da letture che come Piccola Maestra proponevo di anno in anno, culminate con premiazione in Biblioteca dei primi tre classificati di un piccolo concorso di racconti, illustrazione dei racconti scritti dai ragazzi, coadiuvati dalla professoressa di disegno, autopubblicazione di una raccolta di lavori intitolata “Belli…da paura!” o messa in scena in classe di un classico di Agatha Christie, “Il Rifugio”. Tutte attività inserite nella bellissima fiera del libro di fine maggio, che l’I.C. Parco della Vittoria allestisce nei giardini di Viale Mazzini. (nella foto, l’edizione del 2018)

ragazzi-con-libroLa pandemia ha portato via alla 2O di quest’anno la gioia di partecipare a queste attività ma la professoressa ed io abbiamo trovato un piccolo modo per rimediare: abbiamo chiesto anche a loro di scrivere un racconto, ispirandosi ad uno dei grandi investigatori del giallo classico dei quali avevo letto loro in un primissimo collegamento, con la promessa che mi sarei ricollegata per discuterne insieme. A distanza di quattro mesi, quindi, la professoressa mi ha inviato una bella cartella .zip contenente i loro tesori: quanto li leggo volentieri! Sarebbero le mie più appassionate recensioni!

Tutti i ragazzi si sono impegnati al massimo e ho dato riscontro del loro lavoro, leggendo parti salienti degli scritti di ognuno, spingendoli a rivedere il meccanismo investigativo, in taluni casi, e magari a modificare qualche consecutio, visto che si tratta tecnicamente di gialli storici, in altri. Il bello è che tutte le correzioni non le effettueremo nè l’insegnante nè tantomeno io, ma loro stessi per loro stessi. Un grande segno di maturità e impegno, lasciatemi sottolineare.

Delle due ore che ho avuto a disposizione per questo nuovo collegamento, dunque, una l’ho impiegata come appena spiegato e l’altra è servita per leggere i quattro racconti che rappresentavano, a mio solo giudizio, la migliori investigazioni di Miss Marple (Vittima di sé stesso di Sofia Schina), il più indisponente Sherlock Holmes (Il caso annebbiato di Francesco Maria D’Amelio), il più arguto Poirot (Morte a Venezia di Francesco Nencini) e una new entry del panorama poliziesco, ossia lo sceriffo Arthur Spock, creatura di Charlotte Espositi nel racconto Amore materno, votato dai suoi compagni il migliore (e per questo pubblicato per primo, mentre i successivi sono in rigoroso ordine alfabetico rispetto agli Autori).

Mi sento sempre una privilegiata testimone di un processo creativo che per alcuni versi ha dell’incredibile, anche se conserva delle imperfezioni dovute all’età ma, come sottolineavo prima, nessun editing è stato effettuato sui testi. Sono sicura che rimarrete sbalorditi!

W la 2O, i miei “Belli…da paura!”, e W la professoressa Barca, che mi onora della sua amicizia!

Non mi resta che augurarvi buona lettura!

La Rossachescrivegialli, Piccola Maestra per passione!

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investigatore-misteriosoAMORE MATERNO di Charlotte Espositi

Catherine uscì dalla chiesa. Non si sentiva mai sicura a tornare a casa al buio. Prese dunque dalla sua borsa nera una torcia gialla e provò ad accenderla. Ma non ci riuscì. “A casa dovrò cambiare le batterie” si disse la ragazza e s’incamminò verso casa. Dopo un po’ iniziò ad avere l’impressione di sentire il respiro di qualcuno. Era costante e sembrava che si avvicinasse; così Catherine, presa dalla paura, si mise a correre. Si girò solo quando ebbe cambiato strada ed iniziò a fissare il vuoto. Era ancora convinta che qualcuno la stesse seguendo ma non un rumore, una figura, un movimento. Si tranquillizzò e riprese a camminare, mentre il respiro dell’uomo misterioso le tornava in mente. Scacciò via quel pensiero e si convinse di aver sbagliato e di essersi immaginata tutto. Arrivata finalmente davanti al portone si rilassò: un’altra sera in cui tornava a casa sana e salva. Ma parlò troppo presto perché il suo pedinatore, non più immaginario, incombeva su di lei con un oggetto affilato. Catherine fece per girarsi ma una fredda lama d’acciaio la oltrepassò rapidamente. Cadde sulle ginocchia e urtò il portone lì difronte, aperto. Catherine non riusciva nemmeno ad urlare per il sangue che le fluiva dalla bocca. Il suo ultimo pensiero fu il suo omicida: lo conosceva e, anche se non lo vedeva da tanto, aveva riconosciuto l’odore forte dell’uomo. Era lui di cui aveva paura e le sue supposizioni si erano avverate. Si accasciò a terra e strinse la borsetta con le sue ultime forze.

Arthur Spock versò un altro po’ di vino rosso nel bicchiere di sua moglie. La trovava davvero bellissima, e glielo disse. Adorava la strana espressione che assumeva quando qualcuno le faceva dei complimenti. Arthur si era perso nei suoi grandi occhi azzurri fino a quando un cameriere si avvicinò al loro tavolo abbastanza imbarazzato con il telefono in mano “Dicono che si tratti di un’emergenza, signor Spock.” Arthur prese il telefono dalla mano del ragazzo “Sì?” Lo sceriffo ascoltò rapidamente la voce dell’altra persona e poi si allontanò. Tornò al tavolo poco dopo e spiegò l’emergenza ad Emily. La moglie annuì con un sorriso affettuoso e il marito ricambiò lo sguardo. Poi scappò via con le chiavi della macchina. Arrivò dopo 13 minuti sul luogo del delitto. Subito gli venne incontro l’agente Miller che lo accompagnò vicino al cadavere. “Catherine Callet, 33 anni, era una suora in quella Chiesa sulla 31esima strada” “Arma del delitto?” chiese lo sceriffo Spock senza togliere lo sguardo dalla donna senza vita ai suoi piedi “Arma da taglio, probabilmente un pugnale” “Ora del decesso?” “Dobbiamo ancora aspettare l’autopsia ma la chiamata alla centrale è avvenuta alle undici e quarantadue. Sarà accaduto tra le dieci e mezza e le undici e mezza.” Lo sceriffo riscavalcò il nastro giallo della polizia riflettendo su questo inspiegabile omicidio. Cosa aveva fatto di così meschino una suora di 33 anni per meritarsi una morte così crudele? A questo non sapeva ancora rispondere ma sperava di poterlo fare presto. Dopo aver fatto qualche ultima riflessione si accorse di non aver detto a nessuno di stare lontano dal nastro giallo. Nonostante questa dimenticanza nessuno si era ancora avvicinato al luogo del delitto. Ciò significava che nessun familiare, amico o fratello si era presentato. Era bizzarro, fin troppo. Così andò dal collega per sapere se qualcuno si fosse fatto sentire per il corpo ed un’eventuale commemorazione e lui rispose di getto: “No, nessuno. Chissà che avrà fatto questa poveraccia per essere così odiata da tutti” Senza volerlo, Miller, aveva indirizzato le indagini su una pista ben precisa: la colpa della vittima. Perciò, senza aggiungere altro, lo sceriffo lasciò la scena del delitto e si recò in centrale. Entrato, tirò fuori bruscamente il fascicolo sul nuovo caso e lo analizzò. Nessun accenno alla famiglia. Qualcosa non tornava, ma prima di pensare alle possibili colpe della ragazza doveva controllare una cosa. Prese il telefono e compose il numero del suo amico Mark Nial, un giovane assistente sociale. “Ciao Mark, ti posso chiedere un favore?” Attese la risposta dell’altro per concludere la telefonata molto semplicemente: “A domani.” Si sentiva abbastanza soddisfatto, tenendo sempre in considerazione che l’omicidio era accaduto quella sera, aveva già fatto dei passi in avanti. Ripose il fascicoletto nell’apposita scatola e, dopo aver ripreso la giacca e le chiavi che aveva lasciato sulla sua scrivania, si rimise in macchina. Durante il tragitto pensò alla moglie, sola ad un tavolo apparecchiato per due. Odiava abbandonarla così spesso ma fortunatamente Emily lo capiva e per questo non si era mai arrabbiata. Girò a destra e, dopo qualche metro, parcheggiò la macchina davanti al portone del suo palazzo.

La mattina dopo si svegliò presto per incontrare il suo amico Mark. Il suo ufficio non era molto lontano e perciò ci mise al massimo 20 minuti in macchina. Parcheggiò lì difronte il veicolo e si diresse verso l’imponente palazzo. Salì le scalette dell’ingresso e trovò subito Nial ad aspettarlo per accompagnarlo, dopo i saluti, nel suo ufficio, dove lo fece accomodare per parlare del caso. Spock porse il fascicolo riguardante l’omicidio della suora all’amico che, dopo averlo esaminato, disse: “Perché pensi che sia orfana?” “Nessuno si è presentato alla centrale o ha chiesto di vedere il corpo. Insomma ho pensato che magari fosse rimasta in un orfanotrofio fino ai 18 anni e poi se ne fosse andata, senza genitori adottivi…” mentre il commissario parlava, Nial aggrottava sempre di più la fronte. Suonava strano anche lui. Così inizio a ricercare il nome della vittima nell’archivio. Niente. Nessuna Catherine Callet. E il commissario ne era stranamente felice perché adesso era certo che la suora avesse una famiglia, con la quale non aveva rapporti per un motivo che avrebbe dovuto scoprire.

Ringraziò Mark e lasciò il grande edificio. Salì in macchina e si diresse verso la centrale. Arrivato, chiamò Miller per qualche domanda: “Miller” lo chiamò Spock “Hai già cercato i familiari di Catherine Callet?” Il collega non capiva il motivo della domanda. “No, perché? Pensa che dovremmo contattarli?” “Non ti ricordi? Hai detto tu che Catherine aveva delle colpe, per le quali i famigliari la eliminarono dalla loro vita. Quindi è di vitale importanza incontrarli!” Spock era piuttosto irritato dall’ingenuità dell’agente, che lasciò la stanza per iniziare le ricerche.

Miller tornò molto fiero di sé nell’ufficio di Arthur Spock dopo un paio d’ore. Teneva in mano un foglio che porse allo sceriffo senza rivolgergli la parola. Neanche Arthur lo degnò di uno sguardo, essendo molto curioso dei frutti della ricerca. Rimase molto soddisfatto leggendo un indirizzo sul foglio. Poi mise il pezzo di carta nella tasca, si alzò e disse: “Andiamo a risolvere il caso, Miller!”  E lui, molto entusiasta, lo seguì in macchina. Il viaggio fu molto silenzioso, ognuno pensava a cosa sarebbe successo in quella casa. Fortunatamente non ci misero troppo ad arrivare nella via indicata. Era una casa graziosa di un giallo senape, dotata di un giardino sul retro e delle scalette all’ingresso, che i due agenti salirono per bussare alla porta. Aprì una bassa vecchietta con capelli e occhi grigi, che spalancò alla vista dei due. “Salve signora Callet, sono lo sceriffo Spock e questo e il mio collega Miller, ci chiedevamo se potesse farci entrare per qualche domanda su Catherine Callet. La conosce vero?” Appena sentì pronunciare quel nome, la vecchietta cambiò del tutto espressione e rispose brevemente “Si, la conosco” e lasciò entrare i due poliziotti. Si accomodarono tutti e tre sul divano in salotto ed inizialmente si creò un silenzio imbarazzante; poi la signora disse: “È da molto che non la vedo, quindi non so neanche se posso esservi utile.” “La ringraziamo comunque per il tempo che ci dedica. Allora, come conosceva Catherine?” Sia Miller che l’anziana aggrottarono la fronte dopo la domanda posta dallo sceriffo “Pensavo lo sapeste che sono la madre” Arthur si rese conto della figura che aveva appena fatto, ma gli era uscita così, perciò proseguì “Come mai non vedeva da tanto Catherine? Aveva fatto qualcosa di sbagliato?” la incalzò Spock “Sì, per la verità ha fatto una cosa del tutto sbagliata” La risposta finì qui e i due agenti non rimasero soddisfatti. “Cosa aveva fatto sua figlia per perdere l’amore della madre? Una scelta sbagliata?” La donna ci penso su qualche secondo “Si, può essere definita scelta, ma molto più grave di una banale scelta di vita” “Quindi non ha niente a che fare con la scelta di diventare suora?” s’incuriosì Miller “Oh no, assolutamente no. È stata una mia scelta quella di farla diventare suora, proprio per cercare di farsi perdonare dal nostro Signore. Capisce?” Il poliziotto era confuso. Pensava che il motivo dell’allontanamento fosse la scelta di vita della figlia, ma evidentemente non era così. Doveva riuscire a capire il vero segreto, e ci provò molto direttamente. “Signora, siamo qui per sapere il motivo dell’allontanamento da sua figlia. Potrebbe essere arrestata per occultamento di prove se non ce lo dice, quindi spieghi tutto nei dettagli.” La signora Collet si spaventò molto e così iniziò a spiegare. “Allora, come avrà capito sono una madre un pochino in avanti con l’età, ed è sempre stato così nella nostra famiglia. Catherine invece è stata molto più veloce in alcune cose” Mentre parlava, la donna cercava le parole giuste per evitare fraintendimenti “Tra cui diventare madre…” arrossì molto pronunciando queste parole “A 16 ebbe un bambino e noi eravamo molto imbarazzati dal fatto che la nostra figlia minore avesse avuto un figlio prima delle sorelle, così la obbligammo ad abbandonarlo alla chiesa. La gente però continuava a spettegolare su questa faccenda e capimmo che il problema non era il bambino, bensì Catherine. La cacciammo di casa a soli 17 anni per farla diventare suora. In un’altra chiesa ovviamente…” L’anziana signora scoppiò a piangere mentre parlava per il dolore che provava. Era sempre sua figlia, d’altronde. “Per questo abbiamo smesso di parlarle” “Anche le sorelle?” chiese Spock che aveva capito tutto. “Si, io e mio marito le avevamo costrette a seguire il nostro comportamento e loro non si opposero molto per paura di fare la stessa fine della sorella…” La donna si vergognava profondamente del suo passato e non lo nascondeva per niente “È da tanto che penso di andare da lei per chiederle scusa ma ho paura che lei mi odi per ciò che ho fatto” A quel punto i due agenti si guardarono e capirono che la signora Callet non era a conoscenza della morte della figlia. Sarebbe stata dura dirglielo, ma doveva saperlo. “Signora, lei sa perché le stiamo facendo queste domande?” “No, in realtà non me lo spiego” Ciò rendeva tutto molto più difficile “Vede, noi siamo qui per indagare sull’omicidio di sua figlia Catherine…” I colleghi videro gli occhi dell’anziana inondarsi di lacrime. Era il rimpianto di non aver risolto con la figlia. Era comprensibile. La signora Callet continuava a piangere e non sapendo cosa fare, i due si alzarono concludendo l’incontro “Grazie signora Callet, ci è stata molto utile e le promettiamo che troveremo l’assassino!” Poi si chiusero la porta dietro le spalle e tornarono in macchina. “Adesso dobbiamo parlare con il ragazzo, vero?” chiese Miller “Stai iniziando a capire” rispose freddo lo sceriffo, dopo aver messo in moto la macchina per tornare in centrale. Arrivati in ufficio, iniziarono le ricerche del figlio di Catherine Callet. Non sapevano il nome di questo bambino, era ancora piccolo quando fu abbandonato, perciò era stata la Chiesa a crescerlo e a scegliere il nome. Così, Spock, sapendo che avrebbe fatto una cosa del tutto insensibile, chiamò la signora Callet per chiedere in quale Chiesa avesse lasciato il nipotino e l’anziana, ancora distrutta dalla notizia della morte di Catherine, rispose brevemente che era la Chiesa sulla 14esima strada. La telefonata si concluse molto brevemente anche perché Arthur si sentiva abbastanza in colpa per il modo in cui aveva annunciato la morte della figlia. Dopo aver chiamato Miller, si rimisero in macchina per andare verso la 14esima strada. Arrivati difronte alla chiesa si guardarono: avrebbero trovato un giovane ragazzo affranto dal dolore per essere stato abbandonato dalla madre oppure un vendicativo assassino? Entrarono per scoprirlo. All’ingresso trovarono una suora abbastanza grande da potersi ricordare del figlio di Catherine. “Scusi, un’informazione: con chi posso parlare di un bambino abbandonato qui 17 anni fa?” Sì, era una domanda abbastanza strana ma molto puntuale. La suora infatti guardò i due e disse, indicando un corridoio lì vicino:” La suora che se ne occupa la potete trovare da quella parte” I poliziotti ringraziarono con un cenno del capo e si diressero verso il corridoio indicato dal dito della sorella. Verso la fine del passaggio trovarono un ufficio con la porta socchiusa, bussarono ed una voce rauca li invitò ad entrare. “Salve, vorremmo avere qualche informazione su un bambino che avete cresciuto qui. Adesso il ragazzo ha 17 anni ed è figlio di Catherine Callet” La suora li osservò lungamente e poi, senza aprire bocca, aprì un cassetto pieno di fogli, documenti e moduli ed iniziò a leggere velocemente il nome sopra di essi. Ad un certo punto si fermò e porse ai poliziotti un fascicoletto con un grande nome scritto sulla copertina: George Callet. “George è stato portato qui da Catherine 17 anni fa, quando aveva solamente 2 mesi. Catherine non ci disse niente, solo di non cambiare il cognome. Voleva rintracciare il figlio dopo il suo diciottesimo compleanno e ce lo confessò. Era distrutta” La suora aveva lo sguardo fisso nel vuoto “Era un bambino bellissimo e molto maturo, si fece molti amici anche più grandi di lui e non si lamentava mai di niente. Era un bambino molto speciale e lo è tutt’ora” “Dove si trova in questo momento?” chiese lo sceriffo “Sta aiutando a curare il giardino sul retro. Potete andare, se volete parlargli” rispose la suora, ignara del motivo per cui dei poliziotti volessero parlare con il ragazzo amato da tutti. I due ringraziarono anche lei e uscirono nel giardino sul retro, dove trovarono un robusto ragazzo. Aveva occhi e capelli castani e sul viso molte lentiggini. Era lui e lo si capiva dall’incredibile somiglianza con la madre. Si avvicinarono e lo allontanarono dagli altri. “Ciao George, sono lo sceriffo Spock e questo è l’agente Miller. Volevamo farti qualche domanda sulla tua famiglia. Quella biologica.” specificò lo sceriffo. George era visibilmente agitato “Va bene. Ma non vi posso promettere nulla, non li ho mai visti in vita mia…” “Stai tranquillo, l’importante è che tu provi a rispondere” Il giovane annuì “Sai chi è tua madre?” domandò Arthur “Vediamo” rifletté George “So che si chiama Catherine Callet e che è stata obbligata a lasciarmi qui.” Stava tralasciando qualche dettaglio, e lo faceva apposta “Ho una tragica notizia da darti.” “Quale?” Il ragazzo era sempre più preoccupato “Purtroppo tua madre è stata assassinata l’altro ieri, per questo siamo qui. Indaghiamo” Il ragazzo non disse niente, si sedette sul muretto lì accanto e si mise le mani tra i capelli. La disperazione era visibile. Ma nessuna lacrima. “Non l’ho mai incontrata… non ho mai incontrato mia madre e non lo potrò mai fare” Lo sceriffo non sapeva cosa dire per farlo sentire meglio. La situazione era diventata abbastanza imbarazzante e Arthur, con la sua solita insensibilità, disse: “Effettivamente non sei stato molto utile ma ti ringraziamo molto per il tempo. Chiamaci se ti viene in mente qualcosa! Buona giornata!” Miller rimase senza parola. La sensibilità dello sceriffo era letteralmente inesistente ma non disse niente e tornarono alla centrale. Arthur Spock non sapeva più quale pista seguire finché, osservando attentamente la foto del cadavere in strada di Catherine, vide un oggetto luccicante accanto alla borsetta. Si animò improvvisamente e chiamò Miller per avere le foto di ogni parte del corpo della vittima. Miller lo accontentò e Spock vedendo quella del polso annunciò: “Miller, andiamo ad arrestare l’assassino di Catherine Callet!” Miller lo guardò non capendo niente, ma anche questa volta non disse nulla e seguì lo sceriffo in macchina. Già alla prima svolta l’agente Miller capì da chi fossero diretti ma ancora non chiese spiegazioni a Spock. Parcheggiarono nello stesso posto ed entrarono con le idee più chiare. Rividero il colpevole, ma con occhi diversi e Miller capì il motivo della certezza dello sceriffo Spock. “George Collet ti dichiaro in arresto per l’omicidio di Catherine Callet” parlò severamente Arthur, tanto che tutti i presenti si girarono verso il ragazzo, molto spaventato. “Pensavi di farci bere la tua storiella ma, un ragazzo minorenne, non ha speranze contro un uomo di 47 anni che è diventato sceriffo all’età di 29. Ma soprattutto non sei stato abbastanza attento, perché, colpendo violentemente la tua indifesa madre, ti è scivolato dal polso il braccialetto che lei ti aveva dato per ricongiungervi dopo il tuo diciottesimo compleanno. Forza andiamo, George. Ti aspetta un lungo processo” e detto ciò ammanettò il ragazzo che stava ancora elaborando il tutto. Era stato scoperto ed aveva disonorato sia la chiesa che la famiglia Callet. Spock e Miller portarono George Callet in centrale, che poi fu portato in riformatorio da altri agenti. E anche questo omicidio era stato risolto da Arthur Spock, lo sceriffo.

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holmes-camberbatchIL CASO ANNEBBIATO di Francesco Maria D’Amelio

Salve, io sono il dottor Watson e vi narrerò un fatto accaduto non molto tempo fa, nel 1890.

Il protagonista del mio racconto si chiama Sherlock Holmes e non è altri che il mio coinquilino, un elegante signore enigmatico che fa un mestiere che mai mi era mai capitato d’incontrare: l’investigatore privato.

Sherlock proprio non è come le altre persone; infatti, mi stupisce continuamente mostrandomi le sue curiosissime abilità: per esempio, riesce ad individuare senza difficoltà la zona in cui sei andato a fare una camminata; suona il violino: brani drammatici se gli vengono dubbi o, quando vede che non riesco più ad ascoltare questo genere, cambia con qualcosa che preferisco; è un ottimo conoscitore dei veleni ed ha dei comportamenti molto strani: quando è felice o scopre qualcosa sembra un bambino che va in bicicletta per la prima volta, mentre se è insoddisfatto si blocca e non riesce a parlare per giorni.

Il vero motivo per cui riporterò un fatto accaduto è semplice: il mio amico Sherlock spesso mette sulle giuste piste altri due detective di Londra: Lestrade e Stangerson, sempre in concorrenza tra loro. Questa competizione al mio caro Sherlock interessa solo per allietarsi quando s’accorge che non sono in grado di risolvere i casi polizieschi loro affidati. E quando proprio non riescono a trovare il colpevole, allora il criminale lo acciuffa lui stesso per poi consegnarglielo. Proprio perché è un investigatore privato non si prende mai il merito di alcun caso lasciando ogni gloria agli altri due investigatori della polizia: per questo sui giornali il nome di Sherlock Holmes non lo troverete mai scritto da nessuna parte.

Questo mi è sempre sembrato un’ingiustizia: così, per mettere al corrente le persone di Londra sull’identità di chi veramente risolve i casi più complicati, ho voluto scrivere un libro che contiene anche questo racconto.

 

Era l’inverno del 1890 e da pochi giorni era finito il periodo più freddo ma soprattutto più nebbioso dell’anno. Il mio amico Sherlock, che si svegliava sempre molto prima di me, aveva già iniziato ad accendere il fuoco nel camino e a preparare la colazione mentre io mi stavo ancora crogiolando nel letto.

Quando mi alzai, sul tavolo c’era una lettera aperta: Holmes mi disse che uno dei due detective della polizia di Londra stava per arrivare per comunicargli un caso all’apparenza inspiegabile. Alla notizia, mi affrettai a vestirmi e prepararmi; quando il detective arrivò il mio amico mi disse che per quella volta avrei potuto ascoltare anch’io.

Stangerson, uno dei due detective in competizione, entrò in casa, ci salutò, sistemò la sua giacca bagnata vicino al camino e iniziò a descriverci la scena del crimine.

Lo sfondo della scena era il marciapiede di ‘Brixton Road’ dove, vicino ad uno splendido palazzo con le finestre decorate da bellissimi vasi, giaceva il corpo di un uomo morto. Si trattava di una vecchia conoscenza di ‘Scotland Yard’: un delinquente abituato a furti e ad altri tipi di delitti.

Stangerson ci disse che aveva detto ai suoi uomini di non spostare o toccare nulla della zona del crimine finché non fosse arrivato il mio amico Holmes. Inoltre sottolineò che, oltre al cadavere, non c’era proprio un bel nulla e con una faccia sconfortata ci comunicò che oltre ad un mattone non avevano trovato altra traccia.

Dopo tre quarti d’ora di discussione, domande e risposte ci dirigemmo verso ‘Brixton Road’. Appena arrivati trovammo l’altro dei due investigatori, Lestrade, anch’egli smarrito per via dell’assenza di prove e di tracce.

Sherlock subito si mise ad osservare ed esaminare la scena del crimine con i suoi più fedeli compagni: il metro e la lente d’ingrandimento. Lo vidi misurare l’altezza del primo piano, annusare le labbra del cadavere per assicurarsi che non fosse stato usato alcun tipo di veleno, osservare il corpo del cadavere, la sua posizione e camminare intorno alla zona circoscritta guardando a terra, dove con la lente si mise a guardare qualcosa che non capivamo.

Rimasi sorpreso perché non avevo mai visto il mio amico così, più simile a un segugio che a un uomo.

Quando finì, dopo trenta minuti, mi disse senza farsi sentire dagli altri: “Proprio non capisco come facciano a non capire!”.

Poi, ridacchiando, disse a Stangerson che gli serviva del tempo per farsi un’idea. Tornammo a casa; aperta la porta, entrammo e Holmes la richiuse con calma: per tutto il tragitto non aveva pronunziato parola.

Mi disse che in realtà, al contrario di come diceva l’investigatore Stangerson, gli indizi c’erano e non erano neppure pochi.

“E’ elementare Watson! Non trova?”

“No Holmes, non trovo!”

“Allora le lascio una mezz’ora di tempo per pensarci e poi vedremo”. Andò in camera sua lasciandomi nella più totale confusione.

Trascorso quel tempo, Sherlock mi comunicò che saremmo tornati sulla scena del crimine: lì mi avrebbe chiesto cosa ne pensavo, quando sicuramente tutti erano già andati via.

Finita la vicenda scoprii che Sherlock Holmes in realtà mai avrebbe agito così se non per svagarsi ascoltando le mie illogiche deduzioni.

Prendemmo una carrozza; ormai era quasi buio e stava iniziando a calare la nebbia invernale di Londra. Una nebbia giallognola, grave e densa che non lasciava intravedere se non ombre a poca distanza. Arrivammo.

“Nota qualcosa?”, mi disse.

“Holmes, io faccio il medico e non il poliziotto”, non avevo la più pallida idea di quello che intendesse.

Il cadavere e il mattone erano stati già portati via; non restavano che segni sbiaditi di gesso e, tra il marciapiede e la strada, una confusa traccia di color rosso-marrone, come se qualcuno avesse volutamente sparso del colorante e non distante vi era ancora una macchia di sangue.

Notai che quella striscia compiva il tragitto cadavere-canale delle fognature della strada in maniera casuale.

Non avevo la minima idea di cosa potesse essere successo; guardai interrogativamente Holmes negli occhi che scuotendo la testa mi disse:

“E’ elementare Watson! Elementare!”.

Soggiunse che il morto era una sua vecchia conoscenza incontrato in un altro caso anni prima. Si trattava d’una piccola rapina che aveva compiuto ai danni di un orefice. Il problema era che quell’uomo aveva l’abitudine di compiere delitti anche fuori dalla sua zona e per questo era già stato minacciato a morte.

Probabilmente, pensai, doveva essere andata proprio così e, avendo prima notato una ferita abbastanza grave sulla testa del cadavere collegai il mattone con l’omicidio. Lo dissi al mio amico

“Allora se ne è accorto! Ecco, bravo! Visto che non è troppo negato?”, aggiunse sorridendo ancora di più. “E ora che sappiamo tutto possiamo tornare a casa! Ci aspetta un ottimo tè” e tornammo a casa.

Il giorno dopo mi svegliai molto presto e trovai il mio amico in cucina che aveva appena finito di preparare la nostra colazione. Mi fece cenno di leggere il giornale che stava sul tavolo e lessi in prima pagina che la polizia, riguardo al caso di ‘Brixton Road’, la pensava come me ed il mio amico Holmes e lessi ad alta voce:

“Il delinquente è stato quasi sicuramente ucciso da un altro criminale con un colpo di mattone in testa per aver compiuto crimini al di fuori della sua zona di azione”. Il mio amico, ridacchiando, mi disse:

“Vede? Alla fine non è troppo scarso”.

Ero così felice e fiero di me che per un attimo pensai di poter cambiare mestiere.

“In effetti, come dice il mio amico, non sono niente male come investigatore: ho intuito la stessa cosa che hanno intuito dei detective professionisti” pensai rallegrandomi.

“Adesso non resta che trovare e catturare l’assassino”.

Intanto Stangerson si era già messo all’opera cercando di investigare in altre zone di Londra. Era finito in una delle zone più malfamate della città: in ogni vicolo in cui cercava non si trovavano che criminali; la maggior parte delle finestre dei palazzi erano rotte e la nebbia invernale che calava la sera rendeva il tutto ancora più pericoloso e spaventoso.

Chiedeva quasi a tutti: i pochi poliziotti di ronda che riusciva a trovare; alcuni malavitosi che incontrava nelle strade meno percorse e, quando iniziava a farsi sera e non trovava quasi più anima viva, anche ad alcuni passanti.

Molti conoscevano la vittima ma quando l’investigatore gli comunicava la notizia della sua morte rimanevano stupefatti e senza parole. Non riuscì infatti a trovarne neanche uno che seppe dare una spiegazione alla sua morte; nessuno ne sapeva niente.

Negli stessi giorni Lestrade operava in un’altra zona in cui gli atti criminali quotidiani erano molto minori. Tutto era più appariscente: dalle finestre ben decorate ai piccoli vasi vicino ai portoni dei palazzi ancora vuoti per via del rigido inverno.

Lì chiedeva soprattutto ai poliziotti e quasi mai ai passanti o ai pochissimi delinquenti, ai quali domandava se sapessero qualcosa della morte della vittima del caso di ‘Brixton Road’. Nessuno riusciva però a dargli una risposta perché, a differenza del quartiere in cui si era messo all’opera Stangerson, non erano in molti  conoscerlo. Dopo molti tentativi, con l’aiuto della polizia, mise in atto il suo piano che Lestrade stesso giudicava geniale: ricercare nei dati raccolti degli ultimi casi di furti delle zone circostanti.

Dopo quattro giorni di ricerca, però, ancora nessuno dei due detective della polizia di Londra era riuscito a scoprire qualcosa: Stangerson non aveva trovato nessuno che gli sapesse spiegare la morte della vittima o indicare un vero e proprio suo nemico; mentre Lastrade aveva comunicato alla polizia che effettivamente la vittima non aveva partecipato ad alcun delitto negli ultimi due mesi. Erano ancora al punto di partenza.

Io, mentre i quattro giorni passavano, leggevo tutte le mattine il giornale ma ogni volta rimanevo deluso per via dell’assenza di documentazioni riguardo al caso di ‘Brixton Road’, mentre il mio amico aveva la faccia ogni giorno più divertita.

Il quinto giorno, però, Sherlock mi informò che alle 16.00 in punto noi due e i due detective della polizia ci saremmo incontrati sulla scena del crimine ormai tornata un comunissimo marciapiede.

Appena arrivammo trovammo Stangerson e Lestrade che si confrontavano riguardo alle informazioni recuperate durante i quattro giorni passati in ricerche; solo che nessuno dei due aveva trovato nulla. Il mio amico, con il suo solito sorriso che aveva stampato sulla faccia ormai da quattro giorni, gli disse ridendo: “Come sono andate le indagini?”. Alla domanda gli investigatori risposero di  non aver trovato assolutamente nulla e allora il mio amico indicò la finestra del primo piano. Noi tre lo guardammo interrogativamente e lui ci disse cercando di trattenere le risate:

“Le vostre deduzioni, mi rivolgo anche a lei signor Watson, le avete raggiunte sapendo che il reggi-vaso della finestra del primo piano vuoto e l’insolita altezza della stessa finestra sono la base del caso, vero?”. Lo guardammo senza parole. “Che intende?” pensammo. A questo punto il mio amico Sherlock Holmes ci spiegò tutto:

“Come ormai vi sarete accorti, il reggi-vaso della finestra del primo piano è vuoto e voi, che siete detective professionisti, avreste dovuto ipotizzare che il vaso avrebbe potuto cadere perché spinto da qualcuno e quindi misurare l’altezza della finestra, l’altezza della vittima e la grandezza del vaso per capire quale sarebbe stato il suo peso nel momento in cui sarebbe arrivato in testa al criminale”.

“Inoltre, la posizione del corpo della vittima ci dice che qualcosa gli è caduto leggermente sopra la nuca e la striscia che era apparentemente composta da colorante era in realtà il residuo del vaso trascinato dalla forte pioggia fino alle fognature”. I due detective ed io avevamo iniziato a capire quali erano stati i nostri enormi errori e il mio amico aggiunse infine: “E’ stato semplicemente un incidente: il vaso è stato fatto cadere accidentalmente colpendo in testa il criminale. Poi il proprietario per paura l’ha portato via dopo essersi reso conto di quello che era accaduto. Ma non ha pensato di pulire la striscia di terriccio. Chiaro, no?  Basta così:  è meglio che lasci il resto alla polizia”.

E avviandosi all’usuale passeggiata invernale della domenica, mi disse:

“Glielo avevo detto, dottor Watson: elementare!”.

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poirot-suchetDELITTO A VENEZIA di Francesco Nencetti

Hercule Poirot si trova a Venezia, ospite dei proprietari dell’Hotel Cipriani che lo hanno invitato a venire in Italia per curare la sua artrite con le sabbiature.

Giornalmente viene accompagnato a Lignano Sabbiadoro, per le terapie.

Una mattina un ospite dell’albergo il signor Leif Wenar, inglese naturalizzato sudafricano, viene trovato morto nella sua stanza d’albergo.

Qualche sera prima aveva cenato allo stesso tavolo di Poirot, regalandogli una copia del suo manoscritto, Venetia, dal nome della sua fattoria in Sudafrica.

Iniziano le investigazioni a cura delle autorità italiane e Poirot da principio ne resta fuori, anche se la famiglia Cipriani, conoscendo le sue abilità, richiede il suo aiuto

Nessuno lo sapeva, ma Poirot aveva già iniziato ad investigare per conto suo, e in particolare stava leggendo il manoscritto del signor Wenar. Aveva la sensazione che in questo libro ci potesse essere la chiave del delitto.

Trascorse tutta la notte a leggerlo e dopo averlo concluso decise di informarsi sulla fattoria sudafricana. Chiese quindi al signor Cipriani se avesse il contatto di qualche parente o amico della vittima; lo avrebbe contattato mediante il telegrafo dell’hotel.

Nel frattempo le indagini della polizia sembravano avere dei riscontri positivi, ma nulla di concreto era emerso.

Nel frattempo Poirot aveva deciso di ritornare sulla scena del delitto; fu allora che notò che sul comodino del signor Wenar c’era una copia della Bibbia fornita dall’hotel. Gli venne l’istinto di aprirla e all’interno trovò un biglietto bianco, con su scritto NEGATIVE. La G era barrata.

Trovato un parente del signor Wenar, Poirot preparò una breve lettera, da trasmettere col telegrafo, che suonava così:

“Buonasera Sig. Smith, sono l’investigatore Poirot, amico della famiglia Cipriani. Mi servirebbero delle informazioni approfondite su Venetia. Attendo sue notizie.”

Mentre attendeva una risposta, continuava a scervellarsi per capire cosa potesse significare la scritta ‘NEGATIVE’: l’assassino voleva dire che Wenar era una persona negativa? Ma allora perché aveva cancellato la ‘G’?

Arrivò finalmente la risposta del Sig. Smith: “La miniera di diamanti Venetia ha perso il suo fondatore. Centinaia di minatori sono adesso liberi”.

Venetia una miniera? E i minatori sono liberi? Che cosa voleva dire? Andò a parlare con il Sig. Cipriani e chiese se lui sapesse qualcosa di questa miniera, ma lui non ne sapeva nulla. Gli venne in mente però che Wenar aveva lasciato in hotel un baule, con il divieto di aprirlo. Ma adesso era morto e bisognava capire qualcosa di più.

Cipriani e Poirot forzarono il baule e lo aprirono, con difficoltà. Conteneva gli elenchi di centinaia di minatori ridotti in schiavitù in Sudafrica. Sul fondo del baule c’erano dei fogli con minacce di morte, ad esempio: “LIBERA I TUOI SCHIAVI, O SARAI PUNITO N”

Su uno dei fogli la scritta NEGATIVE, con la G barrata … era chiaro! Si trattava dell’anagramma di VENETIA.

I due erano sconvolti anche perché dalle indagini della polizia risultava che nessun estraneo era entrato nell’hotel. Il killer era tra di loro.

Il sig. Cipriani, aiutato da Poirot, si mise a interrogare tutto il personale in servizio quella notte, tranne il giovane Azbi Modul, che aveva programmato le sue ferie proprio a partire dal giorno successivo al delitto e nel frattempo era partito.

Cercarono il cognome Modul negli elenchi estratti dal baule, e trovarono diversi nomi di uomini, tra i quali quello di un certo Ciprien Modul, che non c’era più negli elenchi delle due ultime annualità.

Non restava che chiedere al sig. Smith notizie di Ciprien Modul; la risposta arrivò rapidamente: era morto in miniera, sfinito dalla fatica. E Azbi era suo nipote.

Capirono che Wenar aveva le mani sporche di sangue per la morte di Ciprien e di tanti altri minatori.

Decisero di non riferire alla polizia le loro scoperte. E il caso restò insoluto.

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miss-marple-rutherfordVITTIMA DI SE’ STESSO di Sofia Schina

SI. È vero, sono stato io ma non ho colpa.

Alla fine della strada, Penrith Street, sorge un palazzo di pochi piani abitati dall’importante famiglia dei Bradford, nobili di antiche origini: notai, imprenditori e avvocati ma specialmente usurai.

Tutta la famiglia è riunita nel grande salotto al pian terreno, una stanza spesso utilizzata per le riunioni importanti. Le grandi finestre illuminano la libreria imponente con oltre sessanta ripiani colmi di libri antichi di grande valore, con in mezzo un grande tavolo da consultazione circondato da poltrone eleganti creando cosi, specialmente al calare del sole, un’area suggestiva aiutata dal camino acceso da un fuoco ardente e dalla pendola che con tono gelido batte le ore.

A capo della famiglia ci sono la signora Elisabeth e il signor Louis, una coppia tanto colta quanto fredda e avara che si è fatta strada nel mondo degli affari non sempre in modo lecito al centro dei pettegolezzi per essere cugini di primo grado; essi hanno dato alla luce l’attuale lord George, un notaio di fama internazionale costretto a sposare la contessa Emily per il prestigio della famiglia divenuti così una coppia senza amore con solo i soldi nel cuore.

Insieme alla prestigiosa famiglia è presente il visconte Richard, un carissimo e fidato amico di famiglia e il miglior amico di Lord George, un uomo di cuore ma soprattutto un grandissimo medico molto stimato e richiesto in tutta l’Inghilterra.

 

Il visconte fin dall’infanzia viene cresciuto dalla famiglia Bradford come un figlio poiché era stato abbandonato dai propri genitori in tenera età e siccome le due famiglie erano molto amiche la signora Elisabeth e il Signor Louis si sono sentiti spinti a prendere con sé ed accudire Richard.

Da ultimo nella sala sono presenti la famosissima miss Jane Marple insieme al commissario della polizia di stato Jason Scoot e ovviamente la servitù.

Tutti riuniti in questa sala per una tragedia avvenuta giorni prima nella stessa casa: la morte di lord George.

Nella tarda serata di due giorni prima, la silenziosa e deserta strada divenne all’improvviso buia e dalla finestra del palazzo di fronte miss Marple vide con i suoi acuti occhi un uomo con un grosso cappotto nero uscire dalla casa dei Bradford. Al tornare della luce quello stesso palazzo era diventato la casa degli orrori. Alle prime ore del giorno le urla disperate e incredule della moglie di lord George avevano risvegliato tutta la strada vedendo il cadavere del marito fulminato nella vasca da bagno con l’asciugacapelli[1] nell’acqua, ma con la spina staccata.

Le indagini iniziarono immediatamente dopo il ritrovamento del corpo con sospetto di omicidio circoscrivendo il luogo dell’avvenimento e le prove presenti, poi miss Marple, essendo un testimone inconfutabile e vivendo nella casa di fronte, aveva visto uscire nella stessa ora del blackout un uomo dalla casa dei Bradford.

La stanza da bagno che è stata circoscritta è molto spaziosa e ricca di arredi costosi, le prove ormai imbustate e catalogate sono ancora nella stessa posizione della notte precedente, l’atmosfera è pesante, sospettosa e invade la casa causando inquietudine tra i vari componenti della famiglia.

Miss Marple e il commissario di polizia Jason Scoot iniziano le indagini interrogando tutti i presenti convocati nel grande salotto dei Bradford: il sospetto è che si sia trattato di omicidio poiché la spina dell’asciugacapelli nella vasca era staccata facendo così tornare la luce. Forse un atto di pietà? Commentò miss Marple. Il silenzio cadde nella stanza. Iniziano così gli interrogatori uno ad uno. Inizialmente la servitù interpellata dice di essersi ritirata presto nelle proprie stanze come richiesto da lord George vista l’assenza degli altri componenti della famiglia.

Poi è la volta dei signori Bradford, Elisabeth e Louis, che alle domande del commissario rispondono: < come si permette lei di insinuare che noi avremmo potuto far del male a nostro figlio e comunque siamo rimasti a dormire a Londra presso degli amici, tornando poi in mattinata >.

Subito dopo miss Marple chiede alla signora Emily: “dov’era la notte scorsa? A che ora ha trovato suo marito?”.

Ella risponde con tono inquieto: “per il ritardo del mio treno ho dovuto trascorrere la serata in stazione per poi prendere il seguente del mattino arrivando all’alba e comunque a me la sua morte causerebbe solo disgrazia poiché porto in grembo suo figlio”.

Elisabeth e Louis si scambiano un’occhiata con stupore, incapaci di credere a ciò che hanno udito ed insieme guardano la nuora.

Ed infine miss Marple si rivolge al visconte Richard facendogli la stessa ed identica domanda rivolta prima agli altri componenti della famiglia e Richard balbettando dice: “i… io non ero pre… sente all’ora de… del blackout”. Miss Jane Marple dice, riflettendo tra sé e sé ad alta voce: “Come fa lei a sapere o solamente a menzionare il blackout se nessuna delle persone interrogate ne era al corrente. Gli unici che lo potrebbero nominare saremmo io e l’uomo che è uscito dal palazzo in quell’istante, a meno che lei non sia quell’uomo e di conseguenza l’assassino, ma perché fare una cosa simile, specialmente al suo migliore amico”.

 

A quelle parole il visconte crolla a terra avvilito sul punto del collasso e comincia a gridare in preda alla disperazione con una voce tormentata dal cuore sofferente: “Si. è vero, sono stato io ma non ho colpa”.

Tutti restano allibiti da quella confessione, i genitori gli urlano contro delusi e addolorati; la moglie di George gli si avvicina con un gesto violento e gli occhi gonfi di lacrime: “Come hai potuto? Con che coraggio ora, tu, assassino di mio marito, del padre di mio figlio, sei qui davanti ai miei occhi consumati dal dolore? Perché lo hai fatto?!”

Il commissario l’afferra in preda al panico e la fa sedere sulla poltrona più vicina offrendole un bicchier d’acqua.

Miss Marple interviene dicendo: “hai detto che non ne hai colpa! Perché?”.

Richard interpellato risponde con tono freddo: “non posso che giustificare i miei atti sé non con la pura e cruda verità. George era ormai disperato ed in preda alla depressione per via dell’arida vita che trascorreva tra soldi, usura e crudeltà del mondo ambiguo degli affari. Ho cercato di aiutarlo in tutti i modi, ma nessuna cura è mai servita ad aiutarlo fino al giorno in cui mi chiese di ucciderlo e di liberarlo dalla sua angoscia. Ed io scioccamente per il bene che gli voglio ho fatto ciò che richiedeva ma tuttora non me ne pento per aver fatto terminare il suo lungo e atroce dolore. Per non diffamare la sua famiglia con un suicidio mi chiese che fossi oi ad ucciderlo”.

Il commissario Jason Scoot affida il visconte ai suoi colleghi e, rimasto solo con miss Marple commenta con lei l’accaduto e ella gli dice: “non tutto ciò che appare è come sembra”.



[1] faccio presente che l’asciuga capelli è stato inventato nel 1862

 

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Letture, Piccoli Maestri

About the author

Monica Bartolini è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni di noir. Esordisce nel 2008 con il romanzo Interno 8, primo episodio dedicato al Maresciallo Nunzio Piscopo, che torna protagonista nel romanzo finalista al Premio Tedeschi nel 2011 Le geometrie dell'animo omicida. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica, nell'ambito della XXXVII edizione del MystFest, dopo aver collezionato numerosi piazzamenti a concorsi di narrativa gialla, tra cui spiccano "Giallocarta" e "Carabinieri in Giallo 3" con Tanti auguri, maresciallo!, "Gran Giallo a Castelbrando" (seconda classificata con Al comma 4 dell'art. 612-bis), "Crime Story Slam" (finalista con Le abissali frustrazioni di un serial killer) e Premio speciale della Giuria di "Delitto d'autore" con il racconto Secondo grado. Nel giugno 2010 ha anche pubblicato con Colosseo Editore un libro di narrativa dal titolo Ti ricordi, amore mio?, quindici racconti sul tema del ricordo, concepiti come preziose didascalie a foto scattate dalla stessa autrice. Attualmente è in libreria la sua ultima fatica, un libro di racconti gialli storici dal titolo Persistenti tracce di antichi dolori, edito da I Buoni Cugini Editori. Collabora alla diffusione del "morbo giallo" con recensioni per i siti Thriller Café e WLibri e con l'adesione al progetto Piccoli Maestri, andando a leggere i suoi libri preferiti nelle scuole italiane.
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