La barca sulla terra: a casa di Pablo e Matilde Neruda

ott 24, 2017 No Comments by

campana-e-barcaRegresé da més viajes. Navegué construjendo la alegria. 1958 PM

Tra le case di Neruda, le sue “poesie immobiliari”, la Isla Negra è sicuramente la più famosa, non fosse altro perché vi è sepolto assieme alla seconda moglie Matilde.

Proprio la presenza delle due tombe mi impone un cambio dell’intero approccio alla visita: sto per entrare in un sacrario. Dell’amore tra due esseri umani? Del genio di un artista? Della Poesia in senso lato? Sono sicura che in qualche modo lo scoprirò durante la visita.

Ho sempre amato le poesie di Neruda e I Versi del Capitano sono stati i miei compagni notturni per anni interi di insonnia e, anche se sono stati composti a Capri e non in Cile, le suggestioni marinare della Isla Negra me li avevano subito fatti tornare vivi nel cuore. Mi chiedevo se avrei potuto percepire la vibrazione dell’anima del Poeta, anche solo attraversando l’uscio di casa.

trenoL’audioguida sciorina notizie sull’acquisto e ampliamento della casa, ma sinceramente poco mi importa quando Neruda la acquistò e quali lavori volle o non volle approntare. Mi interessa sapere, per dirne una, perché qualcuno che si impersonifica con un Capitano di marina e abbia costruito una meravigliosa casa al mare a forma di barca, voglia mettere una locomotiva in giardino!

Nessun accenno al mostro rosso sul prato, quindi mi risolvo ad entrare.

Una porta stretta e bassa, un ingresso piccolo e circolare a simulare l’entrata nella torretta di un’imbarcazione e si apre alla vista una sala ingombra di polene. Cymbelina, Medusa, Sirena, María Celeste. Neruda le aveva battezzate una a una e la sua preferita era Marìa Celeste, la sdegnosa, troppo altera da voltarsi verso il suo spasimante di legno. Che amore tragico quello dell’innamorato a cui l’amata non conceda neanche uno sguardo! polena

Di stanza in stanza, di corridoio in corridoio, la casa “stretta e lunga come il Cile“, mi mostra tutti i suoi inestimabili tesori: collezioni di bottiglie, bicchieri, sestanti, cannocchiali, modellini di navi, insetti esotici, conchiglie di ogni dimensione e colore, tutti elementi immaginifici che rammento rispecchiati nelle sue Odas elementales.

La casa indubbiamente è singolare e affascinante per tanti aspetti, ma è troppo ingombra di oggetti per risultare pratica. E poi, non vedo tocchi femminili nell’arredamento e non percepisco né il gusto né la presenza di una padrona di casa. Se non conoscessi la vita di Neruda mi verrebbe da pensare che questa sia stata la casa di vacanza di un artista solitario e un uomo solo. Neanche la microscopica cucina mi convince, essendo piccola quanto quella di un cabinato di modeste dimensioni, adatta per predisporre solo un frugale pasto per poche persone e non i succulenti pranzi con i quali il Poeta deliziava gli amici.

Mentre salgo le scale che conducono in camera da letto,  mi rincuoro pensando che in uno spazio così privato non potrò non incontrare Matilde.

Il letto troneggia al centro del locale vetrato, disposto in modo che, stando sdraiati, si possa riminare il mare.

All’emozione di poter guardare il mondo dal punto di vista di un artista, si somma quella di affacciarmi sull’Oceano Pacifico per la prima volta nella vita. campana-e-mareArrivo alla commozione quando dalla cuffia mi giungono questi versi:

El Océano Pacífico se salía del mapa. No había donde ponerlo. Era tan grande, desordenado y azul que no cabía en ninguna parte. Por eso lo dejaron frente a mi ventana.
Lo shumanistas se preocuparon de los pequeños hombres que devoró en sus años:
No cuentan.
Ni aquel galeón cargado de cinamomo y pimienta que lo perfumó en el naufragio.
No.
Ni la embarcación de los descubridores que rodó con sus hambrientos, frágil como una cuna desmaltelada en el abismo.
No.
El hombre en el océano se disuelve como un ramo de sal. Y el agua lo sabe.

Vorrei restare in quel luogo almeno fino al tramonto mai turisti mi incalzano. Getto un’ultima occhiata all’insieme e mi concentro sull’interno della cabina armadio: i cappelli di Neruda, il frac indossato per la cerimonia del Nobel, il poncho indio che amava come una seconda pelle… L’unico oggetto femminile della stanza è una toletta dove immagino che la Chascona, la “spettinata” Matilde, si acconciasse i lunghi capelli neri.

bar-e-nomi-incisiRidiscendo la scala in direzione del secondo corpo della casa e dal giardino posso sbirciare attraverso le vetrate del bar che Pablo aveva fatto costruire per ricevere gli amici. Emozionante il particolare dei nomi di quelli deceduti, intagliati sulle travi del soffitto “affinché stiano sempre con me“. Davvero Matilde non era ammessa in quel club per gentiluomini? Le regole del Capitano di quel vascello in secca erano davvero così egocentriche?

Il secondo corpo della casa mi serva altre sorprese: una grande sala di rappresentanza, colma di regali ricevuti da Neruda nel corso della sua carriera diplomatica e collezioni di conchiglie ovunque, nel corridoio, sugli scaffali, in una sala predisposta appositamente.

Il mare e le sue creature sembrano pervadere ogni angolo della casa, regolando con il respiro delle maree la quieta vita del proprietario.

Tutto è poesia tranne… quell’enorme treno rosso! Ancora non mi sono rassegnata alla presenza del mostro in giardino quando un cavallo di cartapesta a grandezza naturale mi dà il benvenuto nella zona più remota della casa: lo studio di Neruda.

Non è un caso che l’estremità della casa sia fatta ad immagine e somiglianza della terra natale di Neruda, la Patagonia. Solo lì, in quella zona di confine, trovo le risposte a tutti i miei dubbi.

Mi casa, las paredes cuya madera fresca,
recién cortada, huele aún: destartalada
casa de la frontera, que crujía
a cada paso, y silbaba con el viento de guerra
del tiempo austral…”

Mi ero preparata in vari modi per affrontare il mio viaggio letterario in Patagonia e uno di questi era stato rileggere i versi di Neruda e mi sentivo pronta a incontrare Pablo, ma non a compiangere il bambino Neftalì che era rimasto vivo in lui.

Un bambino che non gioca non è un bambino, ma l’uomo che non gioca ha perso per sempre il bambino che viveva in lui.

Nell’adulto Pablo è rimasto vivo il piccolo Ricardo Reyes, Neftalì come lo chiamavano in famiglia, figlio di due immigrati peruviani, arrivati al confine della Patagonia cilena in cerca di lavoro. La prematura morte della madre deve aver lasciato un vuoto emotivo tremendo nel piccolo Ricardo, incolmabile e incolmato nonostante i giocattoli dei quali si circondava da adulto. Finalmente scopro che Neruda era solito dire che il treno (l’enorme mostro rosso del giardino) era “il suo giocattolo più bello”, mentre il cavallo di cartapesta l’aveva acquistato sborsando una grossa cifra dal proprietario della drogheria di Temuco, dalle cui vetrine lo ammirava da bambino, sognando di poterlo cavalcare.

Quello studio “australe”, con le pareti di legno e il tetto di lamiera, rappresenta il confine dell’anima di Neftalì, sottile come un capello di Matilde, in preda ai flutti come la porta di legno trasportata dal mare affinché il poeta Neruda ne facesse la propria scrivania, facile preda dei venti che sparpagliano nell’anima i ricordi. Un luogo tanto intimo e raccolto da obbligare Neruda a lavarsi le mani prima di iniziare a comporre.

Anche in quel luogo vorrei rimanere a lungo, ma ahimé devo uscire. Mentre giro i tacchi mi accorgo di un particolare che stride con tutto il resto: il ritratto di Matilde è appeso di fronte alla scrivania di Neruda. Perché tenere il ritratto nello studio quando la padrona di casa era viva e vegeta e abitava nella stessa casa? Preferisco lasciarmi i dubbi alle spalle, dopo aver attraversato la soglia della porta che mi riporta in giardino.

Mi dirigo immediatamente verso il punto focale della visita, le sepolture.

Sotto le campane che Pablo amava suonare appena arrivava in quella casa “perché i vicini sapessero che il Capitano è tornato dai suoi viaggi“, ci sono le tombe di Pablo e Matilde. Una semplice lapide nera e un’immancabile conchiglia stilizzata che se potesse, direbbe di sé:

tomba“no muevo los ojos no canto no tengo palabras

no sueño

me mueven me cantan me sueñan me sume la ola

soy sólo una forma en la luz una vértebra de

la alegoría.”

Osservando la loro tomba “matrimoniale” sento di aver carpìto il senso di quella visita: non è forse la Poesia la più alta forma allegorica dell’Amore?

Non andrei mai via da quel giardino, quell’oceano e dal ricordo di quella coppia felicemente unita per l’eternità.

 

 

Viaggi letterari

About the author

Monica Bartolini è autrice di romanzi e racconti gialli, declinati in tutte le gradazioni di noir. Esordisce nel 2008 con il romanzo Interno 8, primo episodio dedicato al Maresciallo Nunzio Piscopo, che torna protagonista nel romanzo finalista al Premio Tedeschi nel 2011 Le geometrie dell'animo omicida. Con il racconto Cumino assassino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica, nell'ambito della XXXVII edizione del MystFest, dopo aver collezionato numerosi piazzamenti a concorsi di narrativa gialla, tra cui spiccano "Giallocarta" e "Carabinieri in Giallo 3" con Tanti auguri, maresciallo!, "Gran Giallo a Castelbrando" (seconda classificata con Al comma 4 dell'art. 612-bis), "Crime Story Slam" (finalista con Le abissali frustrazioni di un serial killer) e Premio speciale della Giuria di "Delitto d'autore" con il racconto Secondo grado. Nel giugno 2010 ha anche pubblicato con Colosseo Editore un libro di narrativa dal titolo Ti ricordi, amore mio?, quindici racconti sul tema del ricordo, concepiti come preziose didascalie a foto scattate dalla stessa autrice. Attualmente è in libreria la sua ultima fatica, un libro di racconti gialli storici dal titolo Persistenti tracce di antichi dolori, edito da I Buoni Cugini Editori. Collabora alla diffusione del "morbo giallo" con recensioni per i siti Thriller Café e WLibri e con l'adesione al progetto Piccoli Maestri, andando a leggere i suoi libri preferiti nelle scuole italiane.
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